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Un pò di storia: i caduti della prima guerra mondiale

Posted by wivocerro su febbraio 7, 2008

Fonte: il sito del comune di Cerro al Lambro

I caduti Cerresi secondo il linistero della difesa: Nomi, circostanze e luogo della sepoltura.

– Soldato Arieri Angelo. Non si sa nulla di lui. Le ricer­che intese ad accertare il luogo di sepoltura hanno da­to esito negativo.
– Soldato Baiocchi Carlo di Battista, del 1560 reggimen­to di fanteria. Deceduto il 6 agosto 1915 sul monte san Michele. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sacrario militare di Redipuglia (Gorizia).
– Soldato Belli Giovanni Battista, dell’89° reggimento di fanteria. Disperso il 3 giugno 1915 sull’Isonzo. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sa­crario militare di Oslavia (Gorizia).
– Soldato Belli Pietro, del 156° reggimento di fanteria. Disperso il 23 ottobre 1915 sul monte san Michele. I re­sti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sacrario militare di Redipuglia.
– Sergente Bianchi Angelo, dell’89° reggimento di fan­teria. Deceduto il 26 novembre 1915 nell’ospedaletto da campo numero 17. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sacrario militare di Caporet­to.
– Soldato Bianchi Luigi. del 72° reggimento di fanteria. Deceduto il 2 febbraio 1917 sul Carso. I resti mortali risultano sepolti nel sacrario militare di Redipuglia, lo­culo numero 3905.
– Soldato Busetti Giuseppe. Deceduto il 17 luglio 1918 in Austria e sepolto nel cimitero di Aschach, tomba nu­mero 331.
– Soldato Bussetti Carlo, del 3° reggimento alpini. Deceduto il 13 agosto 1918 sul monte Tonale. I resti mor­tali devono ritenersi collocati fra gli ignoti nel sacrario militare del Tonale (Ponte di Legno, Brescia).
– Soldato Casali Cesare, del 1° reggimento del genio. Deceduto il 3 ottobre 1917 sul campo. I resti mortali ri­sultano sepolti nel sacrario militare di Oslavia. loculo numero 418.
– Soldato D’Agnone Luigi. Deceduto in Francia il 15 lu­glio 1918.
– Soldato Ferrari Angelo. Le ricerche intese ad accerta­re il luogo di sepoltura hanno dato esito negativo.
– Soldato Ferrari Luigi, del 212° reggimento di fanteria. Deceduto il 24 agosto 1916 sull’altipiano di Asiago. I resti mortali risultano sepolti nel sacrario militare di A­siago, loculo numero 7298.
– Soldato Generali Pasquale. Non si hanno notizie di al­cun genere.
– Caporale Gorini Santo, del 405° compartimento mi­traglieri. Deceduto il 3 giugno 1917 a quota 2354. Le ricerche intese ad accertare il luogo di sepoltura han­no dato esito negativo.
– Soldato Granata Vittorio, del 207° reggimento di fan­teria. Disperso il 30 giugno 1916 nella Vallarsa. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sa­crario militare del Pasubio (comune Valle del Pasubio, Vicenza).
– Soldato Mariconti Leonardo, del 5° compartimento autieri. Deceduto il 21 novembre 1918 a Curtarolo. I resti mortali risultano sepolti nel sacrario militare di Padova, loculo numero 3010.
– Soldato Mascheroni Carlo, del 26° reggimento di fan­teria. Deceduto il 19agosto 1917 sul Carso. I resti mor­tali risultano sepolti nel sacrario militare di Oslavia, lo­culo numero 9584.
– Soldato Masseroni Ernesto fu Giuseppe, deceduto il 13 marzo 1918 a Sigmunsherberg. Nulla si sa della se­poltura.
– Soldato Masseroni Ernesto Pasquale di Giovanni. Deceduto l’Il marzo a Parva. Nulla si sa della sepoltura.
– Soldato Mollaschi Enrico, dell’89° reggimento di fanteria. Deceduto il 28 ottobre 1915 presso l’ottava com­pagnia di sanità. I resti mortali risultano sepolti nel sa­crario militare di Caporetto, loculo numero 2683.
– Soldato Pesatori Desiderio, del 235° battaglione bom­bardieri. Deceduto il 9 marzo 1919 a Melegnano. I re­sti mortali risultano sepolti nel cimitero comunale di Melegnano.
– Caporale Pisati Carlo, del 3° reggimento di artiglieria da montagna. Deceduto il 28 agosto 1917 sul Carso. I resti mortali risultano sepolti nel sacrario militare di Redipuglia, tomba numero 476.
– Sergente maggiore Ragni Felice. Non si hanno notizie di alcun genere.
– Soldato Rizzi Carlo, del 38° reggimento di fanteria. Deceduto il 14 dicembre 1917 sul monte Grappa. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sa­crario militare di Cima Grappa (comune di Bassano del Grappa).
– Soldato Rossi Rinaldo, del 2° reggimento di fanteria. Deceduto il 17 aprile 1917 sul monte Pasubio. I resti mortali devono ritenersi collocati fra gli ignoti del sa­crario militare del Pasubio (Vicenza).
– Soldato Stroppa Giovanni, deceduto in Austria e se­polto nel cimiero di Marchtrenk, tomba numero 1381.

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La chiesina di San Rocco: Le origini

Posted by wivocerro su gennaio 31, 2008

LA CHIESA DI SAN ROCCO IN RIOZZO. LE ORIGINI

La nostra storia si apre con due leggende, entrambe frutto di tradizione orale, che legano le origini della chiesa di San Rocco all’altorilievo della Madonna col Bambino, che sovrasta ancora oggi l’altare dell’antico tempio. Nel primo racconto si narra che la scultura di marmo, in viaggio verso Pavia, si trovava in transito nel territorio di Riozzo quando gli animali addetti al suo trasporto non vollero più in alcun modo proseguire il cammino. I riozzesi interpretarono questo come un segno divino e fecero erigere una cappella attorno all’altorilievo.

Una seconda tradizione vuole invece, che la Madonna col Bambino fosse già destinata ad una chiesa in Riozzo, ma che l’ubicazione originariamente pensata fosse all’imbocco dell’attuale via Diaz. Ma la scultura già posizionata nel luogo prescelto, la mattina dei lavori fu trovata miracolosamente in un luogo diverso, proprio dove oggi sorge la chiesa.

Fin qui la leggenda.

L’anno esatto di fondazione della nuova chiesa è ancora sconosciuto. Ma sappiamo che nel XIII secolo secondo il “Liber Notitiae” di Goffredo da Bussero né a Cerro né a Riozzo esistevano chiese.

Il primo documento in cui viene citata una cappella in Riozzo, con l’obbligo di mantenere un cappellano, è del 1517. Si tratta della divisione dell’eredità di Matteo di Lucia de Marliano, spettante ai fratelli Gerolamo, Sasso e Scaramuzza, dove tra le altre cose si scrive di una “casa da gentilhomo dove si abita in Riozzo, dove si dice al castello” che confina con “due parti strada, da un’altra il fosso” dove era “la peschiera vecchia” e infine di un “orto e giardino”.

I proprietari della chiesa erano i Visconti Aicardi. Il capostipite dei duchi di Riozzo divenuti nel corso del ‘600 marchesi, fu Giorgio detto Scaramuzza che trovò il favore di Filippo Maria Visconti che gli concesse l’uso del cognome e dello stemma dei Visconti. Giorgio Visconti Scaramuzza l’8 luglio 1419 acquistò da Giovanni Corvini di Arezzo il sedime nel luogo di Riozzo “ubi dicitur in castro” con il fosso che lo circonda (che nel documento citato del 1517 è diventato la peschiera vecchia), il “rastellum” e all’ingresso un grande torre a tre piani con sovrapposto un torrino.

Ma come si presentava la chiesa in passato?

Sicuramente era più piccola. Infatti sappiamo che negli anni ’30 del secolo scorso fu allungata di tre metri e che anche la facciata fu rifatta completamente durante lo stesso restauro. Quindi una cappella decisamente raccolta e forse utilizzata per seppellire qualche nobile locale visto che sempre durante gli stessi restauri fu rinvenuta sotto il pavimento una tomba.

LE OPERE D’ARTE

In attesa di nuovi studi che facciano ulteriore luce sulla storia della chiesa, soffermiamoci sui dipinti e sulle sculture che abbellivano l’antica cappella e che oggi sono visibili presso la parrocchiale di San Lorenzo.

L’opera più importante è sicuramente la Madonna col Bambino, l’altorilievo che costituisce l’odierna pala d’altare. La scultura in Marmo di 130 cm x 75 cm è fatta risalire al secondo quarto del trecento ed è attribuita al Maestro di Sculture di Viboldone per alcune affinità stilistiche che la accomunano alla Madonna e due santi che trovano posto nella lunetta sopra la porta centrale dell’abbazia di Viboldone.

Altra opera antica è l'”ex voto riocensis populi sancto carolo” che in un recente studio è stata individuata come “Processione di San Gregorio” datata tra il 1584 e il 1610 (rispettivamente anno di morte e di beatificazione del santo). Opera di un pittore Lombardo la tela rappresenta Papa Gregorio che segue in ginocchio un corteo guidato da un’insegna processionale con l’immagine della Madonna col Bambino. Sullo sfondo Castel Sant’Angelo. La scena commemora la solenne processione del’anno 590 per invocare la cessazione dell’epidemia di peste durante la quale vi fu l’apparizione di San Michele arcangelo.

Menzionato già tra gli arredi del 1749 di San Rocco è Il martirio di Santa Eurosia un olio su tela dipinta alla maniera di Cesare Fiori. L’opera va datata posteriormente all’anno 1673, anno di fondazione dell’oratorio di Santa Eurosia alle Fornaci. In basso a destra è ancora ben leggibile l’insegna araldica della famiglia committente: un membro della famiglia Visconti.

Bibliografia

AAVV. L’oratorio di San Rocco. La storia, i tesori artistici, il contesto socioeconomico, Proloco di Cerro al Lambro 1998

G. Pettinari, G. Gerosa Brichetto, Cerro al Lambro. Memorie antiche

Il tesoro dei poveri. Il patrimonio artistico delle istituzioni pubbliche, di assistenza e beneficenza (ex ECA di Milano), Silvana Editoriale, 2001

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La Madonna di Riozzo

Posted by wivocerro su gennaio 9, 2008

Cosa si trova cercando su Internet…

Fonte: http://www.aczivido.net/historia/lombardia/cavazzini.php

La Madonna di Riozzo chiesa di San Rocco

Forse vegliava su Porta Vercellina
La Madonna di Riozzo, una scultura da riscoprire
di Laura Cavazzini

La Vergine, coronata, siede solenne su di un semplice sedile, reso più comodo da un alto cuscino; sopra la veste indossa un lungo mantello che sale a coprirle il capo, fermato sul petto da una spilla a forma di losanga. Volgendo lo sguardo alla sua destra, sostiene con le mani il figlio benedicente, ritto, il torso nudo, coperto solo di un lenzuolino. Alle spalle della Madre e del Bambino una coppia di angioletti svolge una cortina.
Il grande altorilievo è complessivamente in discreto stato di conservazione, nonostante diverse scheggiature e alcune più importanti lacune: si devono in particolare a un rifacimento (si direbbe cinque-seicentesco) la testa dell’Angelo di sinistra così come quella del piccolo Gesù, che oggi guarda verso lo spettatore, ma che doveva in origine volgersi, quale la madre, verso destra; ancora è malamente rifatta in stucco la punta del naso di Maria.
Nonostante la qualità non comune che la contraddistingue, la scultura di Riozzo è rimasta finora relegata ai margini degli studi storico-artistici. Venne esposta tra il 1979 e il 1980 a Palazzo Reale, in occasione della mostra “Sette secoli di storia e arte: dal pane vino e zoccoli all’assistenza di diritto”, e la brevissima scheda redatta allora per il catalogo da Bruno Viviano costituisce a tutt’oggi l’unica voce bibliografica a stampa che la riguardi. Ne veniva sottolineata l’analogia stilistica con i rilievi raffiguranti episodi della vita della Vergine che cingono l’altare di Carpiano (poco a sud di Milano) e se ne proponeva una datazione al XV secolo. Nell’introduzione premessa a quel catalogo Carlo Bertelli, allora soprintendente a Brera, la includeva tra le “rarissime” opere che in quell’esposizione valicavano un “interesse del tutto locale”, accennando alla tradizione che collegherebbe la nostra scultura alla fondazione della Certosa di Pavia.
In verità, il marmo dell’oratorio di S. Rocco trova le sue radici stilistiche in un tratto della storia della scultura lombarda che sta tutto a monte della fondazione della Certosa, avvenuta nel 1396 per volontà di Gian Galeazzo Visconti, quando a fare tendenza in campo artistico erano le guizzanti silhouettes dei personaggi miniati da Giovannino de’ Grassi sugli uffizioli e i libri d’ore della corte o i profili spigolosi e taglienti, le espressioni ammiccanti e accesissime delle figure ricavate nel marmo da Giacomo da Campione: i due maestri che da alcuni anni dirigevano i lavori di costruzione e decorazione del Duomo di Milano e che in più di un’occasione furono convocati anche a Pavia per dare pareri e consigli. La solenne monumentalità, lo sguardo severo, quasi altero, la solida, maestosa volumetria del corpo, l’intaglio sodo e piluto del marmo, i sottosquadri netti accomunano invece il gruppo della Madonna col Bambino di Riozzo a una serie di sculture, omogenee tra loro, che Costantino Baroni ha riunito attorno alla Madonna e due santi che trovano posto nella lunetta sopra la porta centrale dell’abbazia di Viboldone e al sarcofago di Salvarino Aliprandi nella chiesa di S. Marco a Milano. Opere, queste, realizzate con ogni probabilità nel corso del quinto decennio del Trecento, se si considera come i lavori di costruzione dell’abbazia di Viboldone, voluti dal preposto Guglielmo da Villa, si siano conclusi nel 1348 (lo attesta una lapide in facciata), mentre Salvarino Aliprandi morì, secondo l’iscrizione che corre lungo il bordo inferiore del sarcofago, nel 1344.
Al loro autore, che dovremmo abituarci a chiamare, dall’opera sua più caratteristica, Maestro delle sculture di Viboldone (perifrasi un po’ faticosa, che evita però la confusione con l’altrettanto anonimo e coevo pittore, anch’egli responsabile di una lunetta, ma questa volta ad affresco, nel tiburio della medesima chiesa di Viboldone), il Baroni riferiva un nutrito catalogo: la Vergine col figlio nel santuario della Madonna delle Grazie a Castelletto, presso Abbiategrasso, una piccola Madonna stante sull’acquasantiera dell’abbazia di Morimondo, un Sant’Agostino in trono sulla facciata della omonima chiesa di Bergamo, un San Giacomo a tutto tondo e un rilievo con Cristo in pietà al Castello Sforzesco, tre figure di santi sulla facciata della chiesa di S. Marco, la Madonna col Bambino in trono all’interno di S. Nicolao e il gruppo costituito dalla Madonna col Bambino e tre santi che vigila sulla Porta Nuova di Milano.
Un raggruppamento sostanzialmente accolto dalla critica successiva (che espunge i santi sulla facciata di S. Marco) in cui mi pare non si amalgami del tutto la sola scultura bergamasca (non sconosco però il marmo del santuario di Castelletto).
E’, questo maestro delle sculture di Viboldone, una personalità chiave nella vicenda della statuaria milanese d’età gotica, che trova posto, nella sequenza cronologica, tra la stagione segnata dalla presenza del pisano Giovanni di Balduccio (leader incontrastato della scultura lombarda all’epoca di Azzone Visconti) e quella che vide, a partire dalla metà del secolo, l’affermazione perentoria di Bonino da Campione, destinato a divenire il nuovo artefice di fiducia dei signori dello Stato milanese.
Tra questi due poli non v’è dubbio che il maestro anonimo trovi maggiori consonanze con Bonino, del quale lo si vorrebbe credere il maestro, tante e tali sono le affinità tra il suo eloquio chiaro ma solenne, scandito ma di tono dichiaratamente cortese, e quello dell’artista originario di Campione. Si potrebbe quasi cedere alla tentazione d’immaginare che il Maestro delle sculture di Viboldone altri non sia in realtà che Bonino stesso nella sua fase più antica, se non fosse per il tono più solenne, la monumentalità più perentoria, l’assenza di quell’affabile grazia sentimentale che segna fin dalle sue prime opere certe la maniera del’autore del sepolcro di Stefano e Valentina Visconti in S. Eustorgio o della commossa Crocifissione di S. Nazaro a Milano.
La questione, cruciale al fine di una più aderente e articolata interpretazione della scultura medievale lombarda, merita un esame che non è dato condurre nel poco spazio di una scheda, esame che comporterà la considerazione di bellissimi rilievi e statue che sembrano quasi costituire l’anello di congiunzione tra i due maestri, quali lo stesso sepolcro Aliprandi in S. Marco e le misconosciute ma assai importanti statue di apostoli finite, chissà per quali vie, sul tiburio del Duomo milanese (pubblicate da Bernstein nel 1969 con l’erronea attribuzione ai veneziani e tardogotici Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne). In ogni caso, un confronto fotografico tra la Madonna assisa di Riozzo e quella che troneggia sopra la Porta Nuova basta, credo, a togliere ogni dubbio circa la pertinenza di entrambe al catalogo del medesimo artefice, il Maestro delle sculture di Viboldone, appunto. L’assoluta identità iconografica trova puntuale riscontro nell’intima analogia dei volumi massicci, geometrici, in quei graffi che solcano risolutamente il marmo a dare maggior vigore alle pieghe dei panni in corrispondenza del gomito o sulla coscia sinistra di maria, in quelle falde di tessuto piatte, pacate, simmetriche in cui si ripiega la veste della Vergine scivolando dal sedile o il padiglione che gli angeli reggono alle sue spalle. Ritornano identici perfino dettagli quali le rozze colonnette che sostengono il trono minimalista, scevro d’ornamenti. Il raffronto tra i due altorilievi induce a pensare che, nonostante l’intervento del restauratore che girò, rifacendola, la testa del bimbo a interloquire con lo spettatore, anche il pezzo di Riozzo prevedesse in origine altre figure (una teoria di santi, i Magi, un committente orante), come avviene sulla Porta Nuova, a giustificare il deciso sbilanciamento verso sinistra della madre e del figlio, che a man manca rivolgono lo sguardo, i gesti, ruotano il corpo. Integrato dunque necessariamente con altri personaggi, il gruppo apparirà a maggior ragione fuori scala all’interno del piccolo oratorio di S. Rocco, così come fuor di misura per quella sede non può non risultare l’impegno, artistico innanzitutto ma anche economico, che un’opera siffatta sottintende. E d’altra parte le vistose rotture del marmo sono di per sè indizio di traslocchi traumatici: ricerche che non ho avuto ancora modo di fare nell’Archivio II.PP.A.B. potranno forse gettare luce sulle modalità e i tempi che l’han fatto approdare a Riozzo.
Mi limiterò per ora a notare che l’identità iconografica e tipologia (sia tratta di due sculture ad altissimo rilievo, per di più di dimensioni simili) con il gruppo milanese fa sorgere il sospetto che entrambi nascessero per un’analoga destinazione, il tabernacolo di una delle sei principali porte urbiche di cui Azzone Visconti (al potere tra 1328 e 1339) promosse il completamento architettonico e la decorazione scultorea. Come ha ben chiarito Maria Teresa Fiorio, l’incarico della campagna decorativa fu affidata in un primo tempo a Giovanni di Balduccio, che realizzò (con l’aiuto dell’operosa bottega) le figure delle porte Ticinese, Comacina e Orientale. A un certo punto gli succedette nell’impresa (o forse solo lo affiancò) il Maestro della sculture di Viboldone, responsabile della Porta Nuova. Poco sappiamo infine della decorazione gotica di Porta Romana, smantellata alla fine del Settecento, e ancor meno per quel che riguarda la Porta Vercellina, che fu invece demolita, come attesta Paolo Morigia nella Historia dell’antichità di Milano, già nel Cinquecento, quando la realizzazione, sulla metà di quel secolo, dei nuovi bastioni voluti da Ferrante Gonzaga innescava il progressivo degrado delle mura e delle porte medievali, via via sacrificate alle esigenze della città in corso di trasformazione.
Proprio sulla porta che conduceva a Vercelli è stato supposto troneggiasse in origine la Madonna col Bambino oggi nella chiesa di S. Nicolao, opera, lo abbiamo visto, del Maestro delle sculture di Viboldone.
In assenza di riscontri oggettivi in proposito, verrebbe la tentazione di lasciare aperta l’ipotesi, alternativa, che quella posizione toccasse invece in antico alla Vergine di Riozzo, che con l’icona di Porta Nuova condivide non solo l’impaginazione quasi in profilo, ma anche la tecnica d’esecuzione (l’altorilievo) e l’idea degli angeli reggi cortina.

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